bijar - persia
dimensioni: 344 x 86 cm
lo stato di conservazione: OTTIMO
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Una seconda importante città del Kurdistan è Bijar, situata in una verde vallata a km 120 da Hamadan. A nord di Bijar si possono incontrare accampamenti di nomadi Shahsavan appartenenti al gruppo Amir Afshari. Fondata dallo scià safavide Ismail come capoluogo della fertile provincia di Goris o Gherus, Bijar, città ricca e potente fino al volgere del secolo, decadde rapidamente nel Novecento. L’economia urbana non si riprese mai completamente dal saccheggio e dalle devastazioni dei Turchi che durante la I guerra mondiale L’accusarono di collaborazionismo con Sovietici. Nel 1918 una terribile carestia impartì il colpo finale all’economia, prevalentemente rurale, della zona e molti abitanti migrarono in aree più floride. Attualmente a Bijar e nei villaggi vicini vi sono oltre 8000 telai. La loro popolazione è formata da genti curde di ceppo Gherus e Halvai e da egnti Turche, che lavorano al telaio secondo la loro tradizionale. A nord della città inoltre, presso i villaggi di Tekab e Tekentepe,
vi sono alcuni nuclei di Afshhari, ivi insediatisi nel corso della migrazione forzata imposta loro da Nadir Shah nella prima metà del Settecento. Si devono all’abilità delle donne afshari alcuni tra i Bijar più fini e minutamente decorati. I tappeti di Bijar sono annodati con nodo simmetrico, con densità variabile da 1000 e 2500 nodi al dm2. Vengono prodotti moltissime dimensioni, dai poshti e dagli zaronim fino ai grandi formati; rarissime sono le passatoie. Frequente è l’impiego dei vagireh, preferiti ai cartoni dai tessitori locali per realizzare il disegno.
Spesso i tappeti di Bijar hanno lati storti: la ragione fondamentale è l’incuria dei tessitori che non prestano attenzione sufficiente del telaio, il quale ha spesso uno o entrambi i sostegni sorti. Inoltre l’uso della lana per la trama conferisce al tappeto una minore rigidità rende più facile il verificarsi di imperfezione. In origine la struttura dei Bijar era infatti interamente in lana: lana naturale per l’ordito e lana tinta in rosso o azzurro per i numerosi ricorsi di trama. Un Bijar ha normalmente da tre a cinque ricorsi di trama, in lana spessa, incorporati con forza all’interno del tappeto con l’ausilio di strumenti particolari: un’unghia metallica oppure un pesante pettine di ferro. L’abbondanza dei ricorsi di trama, unita alla loro perfetta battitura, conferisce ai Bijar una corposità e una rigidezza tali da rendere quasi impossibile piegarli senza spezzare i orditi. Di recente il cotone ha per lo più sostituito la lana per l’orditura; ma si continua a usare la lana per la trama, almeno per i ricorsi tesi, e il cotone soltanto per i ricorsi flosci: quando si hanno tre ricorsi, il primo e il secondo sono in lana e il terzo in cotone; se invece i ricorsi sono cinque, quattro sono in lana e quello intermedio in cotone. Il vello viene rasato piuttosto alto. Anche nei Bijar compare la decorazione herati minuta, consueta nei Senneh, ma realizzata con finezza e perfezione inferiori. Gli schemi ornamentali possono essere diversi: rombi concentrici con differenti colori di fondo, ornati dal motivo herati, medaglioni romboidali ornati da motivi herati su campo privo di decorazione oppure schemi tradizionali con medaglione e cantonali su fondo herati. Meno frequenti, ma ugualmente caratteristici della città di Bijar, i tappeti ornati a pieno campo da botteh o gol farangh, con o senza medaglione, oppure dal disegno mina khani, la cui frequente presenza sui Bijar del secolo scorso ha fatto supporre che si tratti di un motivo originario del Kurdistan. Inoltre, alcuni esemplari di Bijar hanno complesse decorazioni floreali a pieno campo in cui compaiono palmette e kharchanghi. Talvolta gli elementi decorativi sono collegati da steli ricurvi. Altre volte, invece, sono inseriti in una complessa griglia che suddivide in campo in spazi regolari. In entrambi i casi è evidente la derivazione degli impianti decorativi dai modelli propri della Persia safavide dei Seicento e dell’inizio del Settecento. Questi esemplari ricorrono con frequenza tra la produzione delle comunità Afshari; in molti di essi figurano cartigli che ci consentono di apprendere il periodo della tessitura, compreso tra la fine del Settecento e il primo decennio del Novecento. Inoltre vi compare spesso il termine Gherus, presumibilmente riferito al ceppo dei tessitori. I Gherus sono infatti un gruppo nomade curdo da tempo sedentarizzato nell’area di Bijar. I colori sono spesse fortemente contrastanti e questo comporta l’accostamento di colori chiari, come il bianco e il crema, con tonalità cupe di rosso o blu. L’abilità dei tintori di Bijar è tale da non escludere l’uso di nessuna tonalità di colore. Come per Senneh, la bordura più frequente è una versione stilizzata del herat.
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